Le Parole contano davvero

Domenica 12 febbraio 2017

 

Alò mammina, vien qua che s’arfà insieme n’altro cittino”.

Questa la frase gridata da un ragazzotto sulla trentina qualche giorno fa nei pressi dei Giardini del Cinema Eden all’indirizzo di una giovane mamma intenta a spingere infreddolita la carrozzina con il proprio bimbo.

Ho raccontato ad alcuni amici e colleghi l’accaduto e molti mi hanno risposto che in fondo era soltanto una battuta, una ragazzata.

Credo da sempre che le battute o freddure siano da considerarsi altre: da quelle delicate di Gino Bramieri a quelle ficcanti di Alighiero Noschese per arrivare alle contemporanee e taglienti di Maurizio Crozza.

Il vocabolario Treccani definisce battuta “una frase o risposta arguta, spiritosa”.

Ed io non ho trovato nulla di arguto e spiritoso nella frase gridata dal ragazzetto, aretino doc, all’indirizzo della giovane madre, che poi ho scoperto chiamarsi Arianna e che da alcuni mesi tesse un filo sottile fatto di pazienza e gentilezza per non rispondere per strada ai sempre più frequenti commenti ad alta voce.

Battute per l’appunto.

Mi piace raccontare un’altra storia, una storia nella storia.

Ci sono due giovani pesci che nuotano.

A un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta.

Fa un cenno di saluto e dice: salve ragazzi, com’è l’acqua oggi?

I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi si guardano e uno dice all’altro: che cavolo è l’acqua?

E’ proprio vero che le realtà più ovvie, onnipresenti e importanti sono spesso le più difficili da capire e da discutere.

Come i due pesci giovani spesso non ci rendiamo conto cosa sia veramente l’acqua nella quale viviamo ogni minuto della nostra esistenza.

Non ci rendiamo conto che attraverso l’impoverimento del linguaggio si disperde il liquido amniotico ideale in cui le idee di libertà, di giustizia, di tolleranza, di bene comune possono trovare un vigoroso sviluppo.

Mi sono persuaso - prendo a prestito una frase dell’amato commissario Montalbano - che talvolta sorridere delle proprie maleducazioni sia diventata un’arte, che compiacersi della propria arroganza sia addirittura apprezzato dalla comunità in cui viviamo.

La cultura del rispetto, invece, come l’amore non ha il potere di costringere.

Non offre garanzie.

E ciò nonostante l’unica possibilità di conquistare e difendere la nostra dignità di uomini ce la offrono proprio la cultura del rispetto e l’amore.

Amici affermano che in tempo di crisi tutto è permesso perché siamo più nervosi e preoccupati per il futuro.

Non ci credo.

Non è vero così come non è vero che in tempo di crisi è utile soltanto ciò che produce profitto.

Esistono infatti saperi ritenuti inutili che proprio in tempi di crisi si rivelano di straordinaria utilità sociale.

Penso ad esempio alla filosofia capace di insegnarci a distinguere tra i due sensi della parola utile.

E penso chiaramente alla lettura.

La logica del profitto ha minato la capacità e il desiderio di tutti noi di sentirci comunità.

L’ossessione del possesso e il culto dell’inutilità hanno finito per inaridire lo spirito, mettendo in pericolo la cultura del rispetto, l’amore e la verità.

La parola rispetto riguarda tutti, interessa tutti.

Dovremmo riflettere e prendere atto delle tante regole che sono andate perdute, nella famiglia così come nella società.

Su come la maleducazione, l’arroganza e la prevaricazione stiano diventando comportamenti abituali, accettati, persino giustificati.

Dobbiamo ritrovare presto un uso consapevole della libertà.

“Non si finisce mai di essere bambini fino a quando si ha una mamma da andare a trovare” scrive Sarah Orne Jewett.

Caro ragazzotto sulla trentina, mi dispiace, ma la tua non era una battuta.

Domenica 5 febbraio 2017

 

Passeggiando in città senza particolare meta o fine se non quello di incontrare persone per fare due chiacchiere, la domanda che sento pormi maggiormente è se ce la faremo.

Probabilmente la domanda viene posta da chi cerca conforto o una parola di rassicurazione da chi come me considera amico o semplice conoscente.

Penso di sì, rispondo sinceramente.

E questo perché a me piace guardare alle enormi riserve di intelligenza e fatica di cui la nostra città ancora oggi dispone.

Penso di si, se non continuiamo a prendercela con il medico che somministra la medicina ma con il virus della malattia.

Pensi di si, se riportiamo serietà e rigore al centro della vita della città, non soltanto politica, evitando magari gli innamoramenti facili cui tendiamo spesso soccombere.

Altre persone che incontro durante queste piacevoli passeggiate attorno e dentro la città mi raccontano di come sia così difficile trovare lavoro, in specialmodo per i loro figli nonostante una laurea con il massimo dei voti e tanta voglia di fare.

Decido allora che oggi scriverò di meritocrazia e inizierò riportando la definizione che ne dà Roger Abravanel nel suo libro che si intitola, appunto, Meritocrazia: "un sistema di governo o di altra organizzazione basato sull'abilità dimostrata (merito) e sul talento piuttosto che su ricchezza ereditata, relazioni familiari e clientelari, nepotismo, privilegi di classe, popolarità o altri determinanti storici di potere politico o posizione sociale".

Detto in parole povere meritocrazia è far avanzare chi è bravo, disinteressandosi altamente di qualsiasi altro aspetto.

Silvano, architetto, 36 anni, sottolinea che abbiamo anche in città un sistema di reclutamento nel mondo del lavoro che è basato sulla cooptazione e sulla conoscenza, dove la frase di presentazione è "ecco uno di cui ci si può fidare" che non significa "è uno intelligente e competente" ma piuttosto "è uno che non rompe le scatole e sta al suo posto".

Logico, quindi, che anche ad Arezzo siamo tutti assetati di meritocrazia, se non altro per curiosità.

Leggendo il libro del prof. Abravanel ho compreso che è storicamente accertato che le meritocrazie nascono in momenti di crisi e discontinuità, quando l'alternativa alla meritocrazia è l'annientamento.

Nei momenti di crisi, se chi comanda va in cerca del migliore senza stare tanto a vedere da dove viene, di solito fa una scelta azzeccata.

Da questo punto di vista direi che siamo sulla rampa di lancio e anche nella nostra città, profondamente aggredita da una crisi economica profonda, possiamo guardare al futuro con un po’ più di ottimismo.

Le meritocrazie nascono sempre in modo rivoluzionario.

Non sembra che sia mai esistito un sistema di governo che possa obbligare dall'alto la meritocrazia: sono esistite persone o gruppi di persone che hanno deciso di migliorare l'istituzione in cui lavoravano basandosi esclusivamente sul merito.

Se in seguito tali istituzioni sono emerse, non è perchè hanno ricevuto medaglie o attestati da parte di governi o principi regnanti: sono emerse perché erano i migliori.

È quindi tipico che la meritocrazia nasca come un'oasi nel deserto, se c'è la volontà di farlo.

Giuseppe, impiegato, 44 anni, mi ricorda un aspetto che ci vede pesantemente svantaggiati, ovvero il fatto che il merito è strettamente legato all'individuo.

Le società meritocratiche attribuiscono all'individuo una responsabilità individuale.

Se sei bravo, vai avanti; se sbagli, paghi.

É necessario sapere in ogni momento che cosa fai e di cosa sei responsabile, per poter valutare il tuo operato.

Fabio, imprenditore, 52 anni, ribadisce che ciò che crea fiducia nel sistema in cui vivi e lavori, è immaginare che chi si occupa di una data cosa sia davvero competente.

Diciamoci la verità: nel nostro paese la responsabilità individuale non va molto di moda.

Sonia, artigiana, 39 anni, qualche giorno fa, mi ha fatto riflettere su un altro aspetto.

“Per favorire la meritocrazia è necessario liberarci di un vizio endemico: la difesa ingiustificata degli appartenenti al nostro gruppo” mi ha detto più o meno.

Politico, sindacale, professionale, ecc.

In una meritocrazia seria, chi sbaglia paga: è doveroso fare in modo che la pena sia commisurata, e che non rovini definitivamente la vita di colui che sbaglia.

Ma tra questo e la arrogante impunità che solitamente impera, ci dovrebbe pur essere una via di mezzo.

Concorrenza in economia, trasparenza nelle istituzioni, moralità nella cosa pubblica.

O questo o il declino.

Poco altro da aggiungere se non che gli aretini sentono forte il desiderio di confrontarsi lontano da retorica e slogan, mostrando sempre il loro lato migliore.